“Les Voyageurs”

The picture of the sculpture is so remarkable I think that it cannot be real. It must be a photograph, digitally altered by a master.

tumblr_mod8zuif6Y1su0ccgo1_1280

But it is real. The sculpture is just one of several in a display called “Les Voyageurs” by a man named Bruno Catalano. They are sculptures that show men and women travelers. Each has some sort of bag or suitcase with them. It is clear they are on a journey. But the thing that makes them stand out, that makes such an impression on me is that each of them have a significant piece missing from the center of their bodies. As though they are leaving a part of themselves behind or as though they are leaving to search for the part of their bodies that is incomplete.

brunocatalano011                            bronze_de_bruno_catalano_esplanade_bargemon_marseille

They are works of art, sculptures that resonate with the modern-day soul. Sculptures that tell the story of the nomad, the pilgrim, the traveler, the refugee, the immigrant. They are incomplete and imperfect, yet that is what makes them so beautiful, so unique. They are beautifully imperfect. 

C_4_foto_1028642_image                       bruno-catalano-feeldesain-09

There are many in our world who perceive themselves like these sculptures, as though they have missing pieces. There are those of us who feel we are not whole, that we are missing vital organs. The vital organs may be a place, a person, a community brought about by a death, a move, a crisis. And we see this as a problem, a flaw, something that needs to be remedied. But these sculptures tell a different story, taking something that we see as a deficit and turning it into an extraordinary and beautiful work of art. These travelers are beautifully imperfect.

 

Silvia Tosto

 

 

Supervenus

A short film submitted to the Brussels Short Film Festival by Frederic Doazan and Vandy Roc starts the conversation about body type demands placed on women today. Beginning with a medical diagram of a woman, the animated video shows a systematic reworking of the female form that brings our sickest corporal thoughts to life.

Silvia Tosto

Un capolavoro di ironia

kendall_jenner_celeste_barber_645

 

Avete mai desiderato di essere come Kim Kardashian? O, almeno, di apparire come lei in foto? Celeste Barber ci ha provato, ma senza barare. L’attrice comica australiana ha dedicato il suo account Instagram alle imitazioni dei personaggi famosi. Sceglie le foto più trendy e “laccate” tra quelle postate sui social e le ricrea in versione… realistica. Così la taglia 38 ritoccata con Photoshop diventa una 44 formosa, la scomodità dei tacchi 12 si fa sentire tutta e nei ritratti compaiono punti neri e occhiaie.

Schermata 2016-05-30 alle 21.48.03     Schermata 2016-05-30 alle 21.48.09

L’idea che ha avuto è di quelle che possono tranquillamente essere annoverate tra i vari “avrei potuto pensarci io”: tutti noi, guardando i social delle celebrities, in particolare quelli di modelle e attrici specializzate nel proporre scatti perfetti e patinati, più volte ci siamo chiesti come fossero possibili simili pose in condizioni di imbarazzante bellezza e perfezione. E lei li ha rifatti. Scimmiottandoli. E c’è da morire dal ridere.

Schermata 2016-05-30 alle 21.48.31  Schermata 2016-05-30 alle 21.48.24  Schermata 2016-05-30 alle 21.48.39

Silvia Tosto

Il lato emozionante della pratica del Loto d’oro

Jo Farrell, fotografa pluripremiata e antropologa culturale, ha documentato dal 2007 le ultime donne cinesi ancora in vita che sono cresciute con i piedi bendati. Il suo progetto, Living History, è nato dal desiderio di testimoniare la particolarità di questa tradizione che sta scomparendo e che l’ha portata alla pubblicazione di un libro che racchiude interviste e fotografie delle donne del “Loto d’oro”. Donne che, ormai in età avanzata, incarnano una visione di femminilità che, seppur sia ora denigrata, nella loro giovinezza rappresentava il biglietto per la mobilità sociale.

Schermata 2016-05-30 alle 15.32.25Schermata 2016-05-30 alle 15.32.18Schermata 2016-05-30 alle 15.23.31

Le origini della pratica del Loto d’oro in Cina risalgono al Primo secolo, quando la concubina dell’imperatore Li Yu si fasciò i propri piedi per eseguire la danza del Loto. Questa pratica, divenuta poi diffusa, prevedeva di fasciare i piedi fin dall’infanzia in modo da mantenerli piccoli, il che però causava la rottura delle ossa dei piedi. Inizialmente era una pratica limitata alle classi alte, ma gradulamente si è diffusa in tutti gli strati sociali. I “piedi di loto”, infatti,  permettevano alle donne, anche le più povere, di trovare un marito più o meno facoltoso.

Schermata 2016-05-30 alle 15.22.52 Schermata 2016-05-30 alle 15.23.26Schermata 2016-05-30 alle 15.42.16

Queste donne sono quasi introvabili, sparse tra l’enorme popolazione cinese.

“Pensavo non ce ne fossero di più, vive. Un giorno ho incontrato un autista che mi ha detto che sua nonna aveva i piedi fasciati. Ho viaggiato fino al suo villaggio nella provincia di Shandong e lì ho incontrato Zhang Yun Ying nel maggio del 2015”.

Dopo questo primo incontro, ne ha conosciute altre grazie al passaparola. Ad oggi, Farrell ha intervistato e fotografato circa cinquanta donne con i piedi fasciati.Il grandioso lavoro di Farrell non cerca di condannare queste donne e i loro piedi deformati, ma piuttosto vuole immortalare la loro umanità e la loro grazia.

“Voglio raccontare le storie di queste incredibili donne attarverso le mie foto e le mie parole. Penso che le persone impieghino troppo poco tempo a giudicare le culture diverse dalle proprie, senza pensare al perché qualcosa sia accaduto”.

La fotografa riporta infatti l’esempio della chirurgia plastica e delle mutilazioni dei genitali femminili, entrambe forme di modificazione fisica che modellano il corpo secondo standard estetici determinati dalla cultura, piuttosto che dalla natura.

Sebbene oggi molti inorridirebbero alla vista dei “piedi di loto”, questi erano considerati il culmine della bellezza femminile, oltre che una zona altamente erogena. Le donne, spiega Farrell:

“Spesso mi mostrano quanto fossero piccoli i loro piedi prima che togliessero le bende alla fine degli anni Quaranta, e credo che lo facciano con senso di orgoglio di ciò che sono riuscite a raggiungere in origine”.

Le fotografie in bianco e nero, realizzate usando tecniche tradizionali, ispirano rispetto nei confronti delle donne che ritraggono.

“Fin dal principio del progetto ho provato un irrefrenabile sentimento di empatia nei confronti di queste donne. Sono state estremamente coraggiose, e le loro storie dovrebbero essere raccontate alle generazioni future. Continuerò questo progetto. Ogni anno vado in visita dalle donne e ogni volta è un’esperienza commovente”.

 

Silvia Tosto

Le donne giraffe

Le spirali d’ottone che girano intorno al loro collo, deformandone la fisionomia, sono famose in tutto il mondo. Probabilmente gran parte delle persone ignora le vite e le tradizioni di queste donne e del loro popolo, ma di sicuro ha bene in mente l’immagine dei molteplici anelli che si snodano fin sotto i loro piccoli menti, facendole svettare sempre più in alto, come delle vere e proprie giraffe. Molti le considerano un fenomeno da baraccone, altri le guardano tra il perplesso e il divertito, altri ancora scuotono la testa in segno di disapprovazione.

donne-giraffa1donne-giraffa-3

Le “donne giraffa” fanno parte dell’etnia Kayan o Padaung, uno dei gruppi che formano la popolazione Karenni.
Le leggende attorno all’usanza dei collari d’ottone sono molteplici; la più accreditata narra che i Nat, spiriti della tribù dei Karen (di cui i Karenni sono una sorta di sotto-etnia), sarebbero entrati in conflitto con i Padaung e per sopraffarli avrebbero aizzato le tigri contro le loro donne. Un anziano saggio consigliò agli uomini Padaung di forgiare dei grandi anelli d’oro da mettere al collo, ai polsi e alla caviglie delle loro donne, in modo da evitare loro una sicura e terribile morte. Cosi nasce la figura delle “donne giraffa”.
La leggenda, però, non narra le sofferenze e le imposizioni che queste donne sono costrette a subire fin da bambine.

tribe-500x333

Col passare del tempo questi anelli sono diventati un simbolo di bellezza e seduzione nella tribù Padaung. Nessuna donna che aspiri ad essere attraente e desiderata può rinunciarvi.Non tutti, però, sono d’accordo sul fatto che questa usanza sia un obbligo. Alcuni reportage hanno evidenziato che portare queste spirali è una scelta e che spesso sono le bambine a chiederlo alle loro madri. Su questo tema si può aprire un ampio dibattito, che dovrebbe tenere conto della giovanissima età delle bimbe che “richiederebbero” volontariamente l’applicazione degli anelli e del fatto che anche i canoni di bellezza sono un’imposizione, anche se più sottile ed in parte meno evidente. Cosa accade effettivamente al corpo di queste donne quando le spirali si chiudono attorno alla loro pelle delicata? A quanto pare non è il collo ad allungarsi, ma la clavicola a deformarsi, creando cosi, un abbassamento delle spalle e l’effetto ottico del collo allungato. Alle bambine vengono applicati degli anelli di dimensioni via via maggiori; si potrebbe dire che gli anelli “crescano” in numero e grandezza con le bimbe che li indossano. Sembra che la punizione per le adultere sia proprio quella di dover togliere questi anelli, gesto che potrebbe compromettere per sempre la loro vita, visto l’irrimediabile schiacciamento che la gabbia toracica ha subito nel tempo.

71432624-preview-257x300

Alcune donne Padaung si sono ribellate allo sfruttamento della loro immagine e delle loro vite da parte della Thailandia. Hanno tolto gli anelli e rinunciato, cosi, alla loro unica fonte di sostentamento.È inutile negare che queste donne siano una fonte preziosa di guadagno anche per la Thailandia, che, quindi, non accetta facilmente di lasciarsele scappare. E cosi molte di loro, ogni giorno, sopportano pazientemente i flash dei turisti, i loro sguardi curiosi, le loro sopracciglia aggrottate in segno di grande attenzione, che sovrastano occhi fissi, puntati sui loro colli.

 

Silvia Tosto

 

Long Awaited di Patricia Piccinini

ea58262c78f8db77050b420462a0e2c6

Esseri tutt’altro che comuni, ma estremamente realistici che mettono in discussione l’essere umano e il rapporto, non solo con ciò che a lui estraneo, bensì anche con se stesso e con i canoni da esso usati per categorizzare il mondo che lo circonda. Il rappresentare il mondo secondo rigide categorie è, purtroppo o per fortuna, nella nostra natura di essere umani. Appena venuti al mondo siamo infatti, già circondati da una quantità di stimoli tale da sopraffarci: ecco perché l’esigenza di ridurre in schemi la realtà che andiamo ad esperire. Metodo usato anche dai pubblicitari: una comunicazione semplice permette di raggiungere le grandi masse. Peccato che questa operazione contribuisca al diffondere in società dubbi stereotipi.

5629804-3x2-700x467

Da qui deriva la necessità umana di una guida: perché l’uomo non cresce semplicemente per grazia di madre natura come le piante, ma ha bisogno di un’educazione che lo orienti alla selezione di quei valori che gli consentiranno di godere dei frutti di una vita genuina. Ma le generazioni precedenti non ci hanno esattamente insegnato a fare ciò. Al contrario, proveniamo da una cultura fascista con l’ossessione per l’aderenza a opinabili ideali di perfezione e potenza fisica imposti. E così, impariamo a schernire l’anziano, il debole e l’imperfetto. E siccome non esiste individuo al mondo completamente privo di debolezza e imperfezione, tanto vale schernire il prossimo quanto più in fretta possibile: “la miglior difesa è l’attacco”, si dice. Ed ecco il dilagare della superficialità tipica della società di oggi, che troppo spesso si occupa dell’apparenza, più che della reale essenza delle cose.

 

patricia-piccinini-sculptures (9)

E se i mostri di Piccinini ci consentono di uscire dall’ordinario, costringendoci ad interrogarci seriamente su ciò che consideriamo la norma, ed a ridefinire i termini di paragone che usiamo per definire il mondo, ben venga la mostruosità.

L’artista, in questo senso, è una vera e propria creatrice di opere pedagogiche, che ci insegnano a guardare ripulendo lo sguardo da giudizi stereotipati. Mira ad incrementare la connessione dei suoi spettatori con i propri sentimenti e quegli degli altri, dando loro l’opportunità di toccare e abbracciare questi esseri così strani in tutta la loro alterità imparando a sentire la nostra. Non siamo abituati al nostro corpo “nudo e crudo”! Non riusciamo a guardarci completamente nudi allo specchio o semplicemente a stare nudi qualche minuto con noi stessi percependoci completi, senza che sopraggiunga qualche senso di disagio o di pudore. La nostra cultura moralista e bigotta cerca di castrarci e ci riesce, mentre queste creature definite brutte e anormali, al di fuori di ogni parametro, appaiono in pace con se stesse, felici nella loro nuda natura! Sembra quasi che siano uscite dall’immaginazione di qualche bambino: opere molto distanti dalle tanto perfette quanto algide Veneri che popolano i nostri musei. Il mondo che Piccinini ci offre è abitato da creature così diverse ma allo stesso tempo così vicine al nostro cuore e al nostro modo di percepirci umani. Un mondo dove sembra realmente possibile accettare i nostri limiti e difetti. Un mondo privo dall’orrore dell’offesa e della violenza verso il prossimo in nome di presunti principi basati sulla disuguaglianza.

patricia-piccinini-3

E’ inevitabile riconsiderare le nostre idee circa i binomi natura/cultura e bellezza/bruttezza. E’ inevitabile riconsiderare il rapporto con noi stessi ed il nostro corpo, riscoperto meravigliosamente imperfetto per l’ennesima volta.

Patricia-Piccinini-1

Silvia Tosto

L’IPERREALISMO LONTANO DALLA BELLEZZA CLASSICA

Ron Mueck è senza dubbio il più noto e acclamato scultore iperrealista contemporaneo.
Nato in Australia ha cominciato la sua carriera nel cinema creando effetti speciali e personaggi di fantasia come in Labyrinth, ma ha scelto Londra come sede di lavoro.

Buzzworthy_ron-mueck-a-girl-sculpture

L’ iperealismo lontano dalla bellezza classica, raggiunge livelli di un mimetismo esasperato che turbano l’osservatore, soprattutto quello più riservato. Lavorando con materiali come resine, silicone, fibre di vetro e molti altri, Ron Mueck mira a ricreare pelle, capelli, unghie, in modo assolutamente realistico e perfetto con una cura maniacale per i più piccoli dettagli.

ron-mueck-at-work

La sua precisione lo porta ad accentuare ogni particolare come sotto una lente d’ingrandimento, ci permette di fare i conti con le situazioni più incomprensibili della nostra realtà. Le sue sculture rappresentano sempre esseri umani indifesi, spesso completamente nudi, impauriti, colti in momenti intimi, e per questo assorti, tristi, disarmati. Quello che ci mostra Ron Munck è un mondo di lillipuziani, “troppo vero” da poter sopportare, ma troppo intenso emotivamente per rimanerne distaccati.

ron-mueck-2

Il disagio di fronte a queste sculture quindi è grande perchè all’estremo realismo delle figure si contrappone un’ inquietante fuori scala, disturbante e sconcertante.
Corpi giganteschi o miniaturizzati creano una sensazione di disagio nello spettatore.
Più che una critica all’imperante stereotipo della bellezza, le sculture di Ron Mueck gettano una luce impietosa sulla caducità del corpo umano, sulla sua imperfezione e fragilità e sui suoi difetti e debolezze.
L’arte deve provocare qualche tipo di emozione, se lascia indifferenti non è arte!

Silvia Tosto

LA BELLEZZA DELL’IMPERFEZIONE

Fra ruggini splendenti, brani di riviste e foto decomposte, nasce un’estetica con la dignità dell’imperfezione.

1484_Angelika-J.-Trojnarski---01

Angelika J. Trojnarski, 31 anni, laureata in arte a Düsseldorf, è originaria della Polonia. Con i suoi collage ricorda che vista e memoria sono sensi imperfetti, ma anche gli unici ami da pesca con cui raccogliere frammenti di senso e assemblare nuove visioni sul mondo.

Image-2

Echi a volte cupi riemergono da un passato decostruito e incompiuto. L’inconscio si agita sotto un mosaico di immaginari tremolanti che combattono in superficie per trovare una loro forma in bilico tra ricordo e vita presente.

28_Angelika-J.-Trojnarski---03

Angelika non è una fan dei colori brillanti. Non c’è verde nella sua palette che tende al grigio. Il suo grigio è radioattivo, lavora di nascosto e accende scintille. Piccoli bagliori guizzano dalle suture, ravvivano immagini e artefatti solo in apparenza esausti. Sono invece vivi e come ogni cosa bella, ma imperfetta, vanno in cerca di nuova linfa, nuove sfide.

612_Angelika-J.-Trojnarski---04

Silvia Tosto